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EDITORIALE

E’ di qualche giorno fa la notizia che il Consiglio di Stato ha rinviato al 9 novembre 2017 la trattazione nel merito delle impugnazioni presentate dal Ministero della Giustizia avverso le sentenze emesse dal TAR Lazio che hanno disposto la sospensiva del DM 144/2015 nella parte relativa alla individuazione delle aree di specializzazione forense e in quella che prevedeva la necessità – anche per il conseguimento del titolo di avvocato “ specialista “ ai sensi dell’art. 9 della legge 247/2012 per comprovata esperienza – di un colloquio da svolgersi al CNF.

Un ritardo improvvido a fronte della pericolosa proliferazione, soprattutto sul WEB, di “ titoli” evidentemente oggetto di auto attribuzione da parte di coloro che si pretendono legittimati al relativo utilizzo, contenenti il riferimento a svariati settori di specialità, ovvero preceduti dalla aggettivazione “ esperto in “, “ specializzato in “, o, infine, con indicazione terminologica diretta della materia, come ad es. “ penalista”.

Una vera e propria “ giungla” che non solo non permette al cittadino di orientarsi correttamente nella scelta del professionista, ma che esprime altresì una direzione di senso contrario rispetto ai dettami della nuova legge professionale forense che infatti proprio nel suo primo articolo individua la finalità dell’ ordinamento forense nella "tutela dell'affidamento della collettività e della clientela", da realizzarsi attraverso la prescrizione "della correttezza dei comportamenti e la cura della qualità ed efficacia della prestazione professionale"

Anche l’art. 17 del nuovo Codice Deontologico Forense ( CDF ), pone a presidio della facoltà, per l'avvocato, di fornire, con qualsiasi mezzo, informazioni sulla propria attività professionale, il principio di tutela dell'affidamento della collettività.

Il comma 2 della citata norma stabilisce infine che le informazioni debbano comunque essere trasparenti, veritiere, corrette, non equivoche, non ingannevoli, non denigratorie o suggestive e non comparative.
L'art. 35 del CDF al comma 1 specifica il precetto deontologico ribadendo il rispetto dei principi di verità, correttezza e trasparenza: “l’avvocato che dà informazioni sulla propria attività professionale deve rispettare i doveri di verità, correttezza, trasparenza, segretezza e riservatezza, facendo in ogni caso riferimento alla natura e ai limiti dell’obbligazione professionale. L’avvocato non deve dare informazioni comparative con altri professionisti, né equivoche, ingannevoli o denigratorie, suggestive o che contengano riferimenti a titoli, funzioni o incarichi non inerenti l’attività professionale” ( testo dell’ art. 35 CDF )

Del resto le stesse pronunce del T.A.R. Lazio, investito della impugnazione avverso il Regolamento sulla Specializzazione, riscontrano nel titolo di specialista “uno spiccato tratto di attualità dovendo lo stesso fornire agli utenti una indicazione effettiva su una specifica e sussistente competenza dell’avvocato” ( Tar Lazio sentenza del 9 marzo 2016 – n. 04426/2016 Reg. Prov. Coll. Ricorrenti: ANAI, ANF, Avv. Luigi Pansini ).

Il rispetto delle normative sopra richiamate è fondamentale affinchè un cittadino, che difficilmente dispone di strumenti di conoscenza che gli consentano di distinguere l'avvocato specializzato ai sensi dell'art. 9 della legge 247/2012 dalle altre indicazioni simili che il professionista si auto assegna veicolandone la relativa informazione, sia garantito nel suo diritto ad ottenere una prestazione efficiente proveniente da un professionista competente e deontologicamente “ attrezzato”.

Una riflessione obbligatoria a fronte della significativa diffusione di informazioni sulla attività professionale che, per come veicolate, rischiano di ingenerare confusione nel cittadino a dispetto di quel principio di tutela dell’affidamento più volte evocato.

A ciò si aggiunga che spesso alla auto attribuzione di titoli di specialità, ovvero a condizioni di comprovata esperienza e competenza, intese quale esercizio professionale comunque dedicato ad una specifica materia, seguono indicazioni fortemente auto elogiative del professionista interessato, che rendono ancora più insidiosa la informazione veicolata a terzi.

Peraltro la stessa modalità espressiva di alcune “pubblicità“ informative di avvocati è marcatamente volta ad attirare il possibile cliente con l’utilizzo di vere e proprie suggestioni descrittive, come ad esempio il riferimento alla circostanza (ovviamente non documentata) che il professionista scriva sulle “più importanti “ riviste specialistiche, ovvero all’”elevato grado di preparazione“, fino – addirittura - alla menzione di aspetti della personalità ( quali “ carisma “ e “ elevata attitudine ai rapporti interpersonali“ ) che pure contribuirebbero al buon esito del mandato professionale.

Condotte che non solo si pongono in evidente contrasto con il dato normativo e il conseguente obbligo deontologico, ma che mettono seriamente a rischio la fiducia del cittadino nella Avvocatura con pesanti ripercussioni per l’intera categoria.

Avv. Giovanna Ollà

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