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SONO INUTILIZZABILI E DEVONO ESSERE DISTRUTTE LE INTERCETTAZIONI TRA AVVOCATO E ASSISTITO, ANCHE IN ASSENZA DI MANDATO DIFENSIVO

( Ordinanza Tribunale Collegiale Rimini, Presidente Corinaldesi, 27.04.2018 )

La questione della possibilità di intercettare i colloqui tra Avvocato e assistito e di utilizzare processualmente le risultanze di tali intercettazioni rimane purtroppo di stretta attualità, tanto a livello nazionale quanto a livello locale.

Come noto, il nostro Codice di Procedura Penale, all’art. 103, non a caso denominato “Garanzie di libertà del Difensore”, indica una serie di divieti e limitazioni di ispezioni, perquisizioni, sequestri e intercettazioni in danno del Difensore, del Consulente Tecnico di Parte e degli Investigatori Privati autorizzati ed incaricati dalla Difesa.

Tali norme, lungi dall’essere un “privilegio di categoria”, sono state pensate e volute come baluardo invalicabile a tutela delle garanzie del Cittadino indagato o imputato.

Nel diritto dell’Unione Europea la tutela del segreto professionale dell’Avvocato riveste il rango di principio giuridico generale avente natura di diritto fondamentale.

Nel nostro ordinamento, le norme che tutelano il segreto professionale e la segretezza della corrispondenza e delle comunicazioni tra Difeso e Difensore sono considerate diretta emanazione dell’art. 24 della Carta Costituzionale, poiché il Diritto di Difesa è “inviolabile” e non può essere esplicato correttamente se Difeso e Difensore non possono interloquire tra loro liberi da ogni forma di controllo esterno.

La Corte Costituzionale ha affermato che la piena esplicazione del Diritto di Difesa consiste anche nel fatto che “ad un difensore tecnico possano, senza alcuna remora, essere resi noti fatti e circostanze la cui conoscenza è necessaria o utile per l'esercizio di un efficace ministero difensivo”.

Personalmente ritengo che, a seguito della modifica del 1999, tali norme trovino ora una tutela anche nell’art. 111 della Costituzione, poiché non vi può essere “condizione di parità, davanti a Giudice terzo ed imparziale” se la Pubblica Accusa può intercettare liberamente i colloqui tra l’indagato e la Difesa Tecnica, apprendendone in anticipo le legittime scelte e strategie difensive, mentre altrettanto non può fare la Difesa, intercettando i colloqui tra Pubblico Ministero e Polizia Giudiziaria per conoscere in anticipo le legittime scelte e strategie di sviluppo di un’indagine svolta nei confronti di quello stesso soggetto. Come si può sostenere che ci sia “parità” in una partita in cui una parte gioca a carte coperte e l’altra a carte scoperte?

Tornando all’art. 103 c.p.p., il 5° comma recita testualmente “NON E’ CONSENTITA L’INTERCETTAZIONE relativa a conversazioni o comunicazioni dei difensori, degli investigatori privati autorizzati e incaricati in relazione al procedimento, dei consulenti tecnici e loro ausiliari, NE’ A QUELLE TRA I MEDESIMI E LE PERSONE DA LORO ASSISTITE”.

Inoltre l’art. 271, comma 2°, recita: “Non possono essere utilizzate le intercettazioni relative a conversazioni o comunicazioni delle persone indicate nell’art. 200 comma 1 ( tra cui “gli avvocati”, n.d.r. ), quando hanno ad oggetto fatti conosciuti per ragione del loro ministero, ufficio o professione, salvo che le stesse persone non abbiano deposto sugli stessi fatti o li abbiano in altro modo divulgati”

Se “in claris non fit interpretatio”, dovremmo fermarci qui!

Ed invece, purtroppo, non tutte le Corti la pensano così:
- da un lato, la Corte Costituzionale, anche nell’ambito della sentenza n. 1/2013 ha ribadito che i colloqui tra difeso e difensore godono di “tutela rafforzata in funzione di salvaguardia di diritti e valori di rilievo costituzionale” nonché di “protezione assoluta”, stabilendo che “L’inutilizzabilità può connettersi anche a ragioni di ordine sostanziale, espressive di un’esigenza di tutela “rafforzata” di determinati colloqui in funzione di salvaguardia di valori e diritti di rilievo costituzionale che si affiancano al generale interesse alla segretezza delle comunicazioni (quali la libertà di religione, il diritto di difesa, la tutela della riservatezza su dati sensibili ed altro). È questo il caso, specificamente previsto dal successivo comma 2, delle intercettazioni di comunicazioni o conversazioni dei soggetti indicati dall’art. 200, comma 1, cod. proc. pen. (ministri di confessioni religiose, avvocati, investigatori privati, medici ed altro), allorché abbiano ad oggetto fatti conosciuti per ragione del loro ministero, ufficio o professione”;
- dall’altro lato la Corte di Cassazione è più volte intervenuta per interpretare, spesso in senso restrittivo, la portata del divieto di cui all’art. 103 5° comma c.p.p..
Nel 2013, come Presidente pro-tempore della Camera Penale di Rimini, firmai una delibera di astensione locale conseguente proprio a segnalazioni di ripetuti casi di intercettazione e trascrizione di colloqui tra Difensori ed assistiti. In un caso erano state addirittura intercettate e trascritte le conversazioni di un Difensore d’Ufficio nominato poco prima dalla stessa Procura.

Scrivemmo all’epoca “che l'azione di protesta non è in alcun modo finalizzata ad impedire “l'intercettazione degli avvocati”, che non rivendicano alcun privilegio di categoria, né spazi di impunità, e che, al di fuori dell'esercizio della Funzione Difensiva, sono Cittadini come tutti gli altri, ma ad impedire ogni violazione del Diritto di Difesa, tutelato dal Codice e dalla Costituzione”.

Fortunatamente, dopo quella protesta, non si sono ripetuti, o almeno non mi sono stati resi noti, nuovi casi locali, se non fino a quando, recentemente, ho dovuto iniziare ad occuparmi di una vicenda, già a dibattimento, nell’ambito della quale erano stati intercettati numerosi colloqui telefonici tra un Collega ed un suo assistito.
Tali colloqui, pacificamente riguardanti il fatto contestato e la possibile difesa, anche tecnica, erano intervenuti nelle fasi “a caldo” dell’indagine sulla scomparsa di una persona, in cui colui che sarebbe poi divenuto l’imputato non era ancora stato formalmente iscritto nel registro degli indagati e non aveva ancora rilasciato alcun mandato scritto all’Avvocato, come avvenuto in seguito.

Il Pubblico Ministero aveva chiesto ed ottenuto la trascrizione delle intercettazioni sostenendo che, “in assenza di mandato difensivo tra l’interessato non ancora indagato e soggetto pur professionista a lui legato da rapporti di conoscenza ed amicizia”, le intercettazioni fossero legittime e pienamente utilizzabili.
A fronte di eccezione difensiva, fondata, oltre che sui dettami della Corte Costituzionale, anche su alcune pronunce della Corte di Cassazione ( nn. 17979/13 e 18638/15 ), Il Tribunale di Rimini in Composizione Collegiale, Presidente Corinaldesi, ha dichiarato che “pur in assenza della formale iscrizione del ( omissis ) nel registro degli indagati e del rilascio del mandato difensivo ( poi entrambi successivamente intervenuti ), le conversazioni riguardavano tutte l’approntamento di una eventuale linea difensiva, di tal che rientrano nell’ambito di inutilizzabilità dell’art. 271, comma 2, c.p.p..”. Ha quindi dichiarato l’inutilizzabilità di tutte le intercettazioni telefoniche che avevano avuto come parte il Collega e ne ha disposto la distruzione, ai sensi dell’art. 271 comma 3° c.p.p..

Da ultimo va evidenziato che il 24 Maggio U.S. la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nella causa “Laurent contro Francia”, ha accertato e dichiarato la violazione dell’art. 8 della Convenzione da parte della Francia poiché un capo-scorta di polizia penitenziaria si era fatto consegnare ed aveva aperto un foglio piegato in due parti che un Avvocato aveva passato al suo assistito durante una pausa di un’udienza nella “salle des pas perdus du tribunal”.

Ha ribadito la C.E.D.U.: “Les correspondances entre un avocat et son client portent sur des sujets de nature confidentielle et privée”……

 Roberto Brancaleoni